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Menteinsalute ospita il Forum "Forum Lettera Aperta dagli operatori"
| "Un gruppo di operatori dell'area della salute mentale ha inviato a info@menteinsalute.it una "Lettera Aperta" che tocca diversi temi riguardanti il ruolo della psichiatria nella nostra società esprimendo, oltre che il desiderio di una sua pubblicazione, anche quello di utilizzare questo scritto come punto di partenza per un dibattito sul nostro Forum.
Pubblichiamo quindi per intero il testo della lettera degli operatori ed apriamo lo spazio per iniziare il dibattito."
LETTERA APERTA A TUTTI COLORO CHE OPERANO NELLA SALUTE MENTALE IN LOMBARDIA
Il trentennale della legge 180/78 è stato ricordato molto sommessamente, non solo in Lombardia, eppure si è trattato di un cambiamento epocale in cui noi ci riconosciamo, per la cui realizzazione molti di noi hanno lottato. Il clima culturale oggi è molto cambiato: le persone diverse, non integrate o svantaggiate suscitano sospetto e paura, non certo impegno per dar loro cittadinanza e diventano i nuovi capri espiatori di molti problemi non affrontati.
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Gianfranco Pittini dice:
Pubblicato il 06-05-2009 alle 16.44
La nostra "Lettera aperta" è maturata nell'arco di 2 mesi, fra il dicembre 2008 e il febbraio 2009. L'elemento scatenante, diciamo così, per una presa di posizione collettiva è stato il famoso "Tavolo per la prevenzione della pericolosità sociale" istituito dall'Assessore comunale di Milano, Landi di Chiavenna; ci siamo resi conto che procedeva ormai da tempo la tendenza a dipingere il malato come sostanzialmente pericoloso, come potenzialmente sempre pericoloso. Individuo da cui dunque soprattutto difendersi, possibilmente in modo preventivo, con provvedimenti di controllo ed anche eventualmente di polizia; provvedimenti da affidare, almeno in parte, ai professionisti ed agli operatori del settore. Operazioni analoghe, del resto, sono state condotte a termine (specie in periodi pre-elettorali, ma non solo) per quanto concerne i Rom, ed oggi gli immigrati in generale, soprattutto quelli "non in regola" o "non più in regola", ma anche gli altri. Diffondere la paura a piene mani sembra la strategia culturale e politica prevalente, e finora anche vincente. Se ne possono leggere anche esempi più recenti, ad es. il recente articolo di PANORAMA (mi sembra si intitoli "Licenza di impazzire") in cui disturbi mentali e crimini efferati sono considerati come una catena causa-effetto. E' ovvio che di qui alla cancellazione della 180 il passo può essere molto breve. I progetti di legge già depositati in parlamento dimostrano (quasi tutti) una estrema ignoranza della materia, ma anche una repulsione-paura-rifiuto per le persone con difficoltà psicologiche e psichiatriche. La proposta del senatore Guzzanti ne è l'esempio più estremo: i familiari sono larvatamente incoraggiati a non riprendersi a casa i propri congiunti dopo la dimissione; se hanno problemi seri, è meglio che siano collocati altrove! In tutto questo clima cupo e pessimistico, è incredibile che si parli così poco di tutto quello che si può fare (che è stato sperimentato, che tuttora si fa in molti servizi) nel territorio, in termini di accoglienza, sostegno alle famiglie, supporto al paziente, attività diurne, tirocini lavorativi e così via. Anche la recente puntata di Report è stata molto deludente a questo proposito.
2
Ennio Piantato dice:
Pubblicato il 06-05-2009 alle 17.45
Condivido in pieno quanto scritto da Gianfranco Pittini. In un tessuto sociale grandemente polarizzato sull'effimero non vi è quasi più spazio e tempo per fermarsi a pensare per dedicarsi agli altri per con-prendere chi è differente dalla maggioranza ed ovviamente si pone in modo "diverso": tale diversità viene vissuta come disturbante e necessariamente da allontanare nascondere mi verrebbe da dire eliminare, ma il verbo è troppo forte ed avocativo di altre "eliminazioni" non occorse poi molto tempo fa ed appunto iniziate con i malati di mente. La riedizione dei manicomi sebbene rivisti dal punto di vista architettonico e fors'anche tecnico mi fa rabbrividire, io che in manicomio ho iniziato la mia carrira e spero proprio di non finirvela.
3
Varrani Enrico dice:
Pubblicato il 08-05-2009 alle 17.53
Io mi auguro che ci sia un risveglio degli psichiatri, e della cultura psichiatrica. Si deve trovare il coraggio e la libertà di parlare senza temere ritorsioni Aziendali: cose da dire ne hanno tante quando si parla di sicurezza sul lavoro, di maggiori investimenti su formazione, di trasparenza nella assegnazione degli incarichi, ecc. ecc. Piuttosto che decreti in cui i medici vengono stimolati a far da spia contro i "clandestini" si sente il bisogno di medici che sempre più segnalino irregolarità, eccessi di burocratismo, managerismo, protocollismo a scapito di condotte chiare trasparenti, che sottolineino nelle équipe l'importanza di giustizia e democrazia.
4
Gianfranco Pittini dice:
Pubblicato il 09-05-2009 alle 13.17
Enrico, hai ragione, ma parlare apertamente in questo clima non è facile, salvo che per me, per te e per gli altri che sono ormai in pensione. Non che ci sia una situazione repressiva esplicita; però con gli anni, utilizzando un po' il bastone e un po' la carota, un po' la cooptazione e un po' il silenzio per chi non si allinea, la Regione è riuscita a creare un fronte molto ampio di "apparente consenso" o quanto meno di silenzio rassegnato e impotente. Guarda il Coordinamento dei Primari: nato per l'impulso di Giovanni La Boria circa 15 anni fa o giù di lì, inizialmente era un interlocutore attivo, critico e vigoroso della Regione. Ora è all'incirca un organo esecutivo della medesima. Io anzi proporrei a questo Sito Web di accettare interventi anche con nomi di fantasia (Robin Hood o Mister Hide..)
5
germana agnetti dice:
Pubblicato il 10-05-2009 alle 08.37
Indubbiamente c'è un clima politico culturale che favorisce e amplifica le questioni legate a una idea difensiva e ottusa del termine sicurezza che viene letto esclusivamente come opposto al termine pericolosità. Ciò genera un oscuramento della ragione e invita sulla scena la paura come sentimento profondo e informe foriero di gravi distorsioni sociali e mentali. Questo ha gravi conseguenze su molte aree della nostra vita sociale, influenzando in modo più o meno diretto leggi, provvedimenti, consuetudini e a cascata il nostro pensiero. Ciò avviene in italia ma non solo, ad esempio in Francia c'è una situazione analoga e i colleghi Francesi si sono mossi per contrastare questa derivapolitico culturale che porta all'a diminuzione dei diritti di gruppi importanti della nostra società. Penso che operatori e utenti della salute mentale dovrebbero riunirsi per riflettere, discutere e pensare a strategie di contrasto. Il seminario del 22 maggio che si terrà a Milano al Mario Negri dalle 8.30 alle 13.30 su Salute mentale e società della paura potrebbe essere un punto di inizio.
6
Elisabetta Franciosi dice:
Pubblicato il 11-05-2009 alle 23.32
Mi sento chiamata a esprimere e a nominare cosa intendo per cultura dell'allarme e della paura, poiché quale tecnica nella comprensione degli stati affettivi ritengo di dover in qualche modo collaborare a dipanare qualche distorsione culturale che sostiene la drammatica circolarità: allarme - paura - politica della sicurezza - azioni per nuove esclusioni sociali - nuovo allarme e così via … che promuove uno stato di insicurezza che pervasivamente si diffonde dal collettivo all’individuo. La circolarità terribile che promuove paura e quindi sempre nuovi sistemi di sicurezza, inevitabilmente conferma che la paura c'è, è motivata e quindi deve essere affrontata. La paura è perdita di sicurezza, impedisce la tessitura del sentimento di fiducia sia per noi che per il mondo. Ecco perché per parlare di paura siamo costretti a parlare di aggressività: la paura è una potente aggressione alla mente sia perché ci impedisce di pensare, sia perché violenta le competenze affettive in termini di stati fiduciosi. La paura, al pari dell’angoscia e del dolore mentale, sono stati affettivi che divengono intollerabili se non si riesce a porre un rimedio che ci indichi la via d'uscita, una strada che ci permette di camminare all'interno di un senso comprensibile. Sapere che cosa è pericoloso non comporta provare la paura. Conoscere il rischio non equivale a sentire allarme per quella realtà, anzi può volere dire poterla affrontare e attraversare. La paura dell'insicurezza delle nostre città è sostenuta dalla paura del migrante, dello strano, del povero. Tutti sappiamo che la vera criminalità è quella organizzata, ma gli interventi della politica sulla sicurezza stanno prendendo il posto, drammaticamente, delle politiche sociali, unica e autentica garanzia per prevenire malessere e quindi nuova paura e nuovi allarmi. Parliamo di un commercio sulla paura che, in nome di uno stato affettivo che cerca contenitori semplici per essere pensato, mobilita allarmi focali, mentre non ci si occupa dell'allarme sulla globalizzazione negativa che promuove la rottura delle trame della giustizia sociale e dell'ecologia, disseminando rischi gravi per la salute e per il principio di umanità disatteso. Questo dovrebbe muoverci paura e allarme mentre l'economia della sicurezza si occupa di cercare continuamente nuovi capri espiatori che possono contenere facilmente questo ampio e vero disagio della civiltà. Ritengo che il collettivo sociale sia utilizzando un sistema difensivo assai rischioso, proiettando i tormenti e le ansie, di identità personali e gruppali costruiti su fragilità identitarie, nella più facile tematica della sicurezza e della paura del diverso e del migrante. Questa difesa è coltivata dalla cosiddetta problematica dell'insicurezza urbana, che non sembra in nessun modo efficace poiché come dice Curbet: “la questione è che il cosiddetto problema dell'insicurezza urbana costituisce, prima di tutto, un problema formulato in modo sbagliato. I problemi mal formulati, come si sa, non hanno soluzione. Come esperti della psiche dovremmo unirci a sociologi e antropologi per comprendere, studiare e alla fine imparare a comunicare, il senso, quale direzione di questo sguardo disperatamente scisso come ci dice Borja (2003): "solo se sanno spiegare le paure sociali si potranno implementare politiche e azioni collettive destinate a soddisfare ciò che hanno di legittimo e a distruggere tutto quello che possono contenere di autoritarismo e intolleranza. Bisogna ridurre le paure al minimo, o alle cose più misteriose e profonde. In caso contrario, le paure troppo esplicite o le richieste di ordine molto urgenti faranno sparire le libertà.” . Costruiamo quindi un progetto dell’etica del ben-essere che possa essere garante e dare parola e pensiero ai luoghi oscuri del sospetto e dell’incertezza.
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Gianni Martelli dice:
Pubblicato il 12-05-2009 alle 11.41
Credo che la paura verso il diverso e sopratutto nei confronti dei amici portatori di disagio mentale ,si contrasta principalmente con le buone pratiche,e a Milano di buone pratiche se ne vedano proprio poche, pero si vedono molti convegni sulla salute mentale, peraltro molto interessanti,ma mai che si traducano in qualcosa di veramente innovativo e praticabile. Sull'autonomia degli utenti e sulla loro rappresentanza tanto declamata,chi lavora seriamente? salvo chiamarli in qualche convegno tanto per dire che ci sono,cio è dovuto agli operatori che non si pongono questo obiettivo,non ci credono, non si aggiornano nella formazione,forse pensano di perdere potere e cosi ripropongono le solite pratiche nei centri diurni vedi cartonaggio, creta e qualcosa d'altro, ma di tirocini propedeutici fatti in ambienti lavorativi esterni se pur protetti se ne vedono pochi,forse perche gli operatori dovrebbero sapere muoversi fuori dai recinti dei "servizi istituzioni" e magari anche in orari più adeguati ai bisogni degli utenti che ai loro, inquesto modo si accompagna gli utenti verso la cronicizzazione e non verso l'autonomia. E' sicuramente vero che mancano le risorse ma e anche vero che manca la voglia di riabilitare veramente le persone dando un significato vero alla riabilitazione / inclusione. Nei nostri distretti cioe Cinisello/Sesto con il passaggio alla ASL Milano le cose sono notevolmente peggiorate, non ci sono progetti innovativi,non si firmano le convenzioni con i territori per i tirocini non si riunisce i tavoli dei piani di zona non siamo rappresentati nel'OCSM, e nessuno dice niente pero un sacco di uenti non hanno PTI adeguati e sono parcheggiati nei servizi/istituzioni e magari ci scappa qualche TSO e poi diventiamo pericolosi.
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Varrani Enrico dice:
Pubblicato il 13-05-2009 alle 13.11
C'è un lungo e sottile filo che unisce PAURA-INSICUREZZA-SOLITUDINE del quale nei Servizi si deve cominciare ad occuparsi: l' operatore oggi si sente più solo. Il gruppo curante, l'èquipe è mantenuta in vita solo da sforzi inumani che solo in qualche rara eccezione la fanno vivere.troppe cose lavorano contro il mantenimento della sua coesione e integrazione (le varie teorizzazioni Aziendai p. e. il risk management). Cosa succede: le Aziende si sono accorte che negli ultimi anni spendono molto per difendersi dalle denunce dei pazienti che improntano cause. Non vogliono c'entrare con queste "cose". Allora isolano l'individuo (infermiere, medico o altro che sia) e su di lui cadono le responsabilità penali (anche quelle che sono eventualmente attribuibili al "sistema"). Questo operatore isolato ha più paura.
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Luigi Colaianni dice:
Pubblicato il 17-05-2009 alle 23.28
Sono Luigi Colaianni, dottore di ricerca in servizio sociale, sociologo della salute, assistente sociale specialista presso il cps ex zona 10 di Milano (servizio diviso tra FbF e Fondazione Policlinico). Vi ringrazio di quanto avete offerto con la Lettera aperta, salutandola con grande conforto, come segno che è possibile ricominciare il dibattito interrotto almeno venti anni fa. Aderisco a quanto il testo della “Lettera aperta” intende porre, e offro alcune considerazioni alla vostra attenzione. Pongo alcune domande: 1. si è certi che quanto sta avvenendo in questi mesi, anche in ambito psichiatrico, circa l’illusione securitaria sia imputabile solo al processo riorganizzativo nelle aziende ospedaliere e/o alla «scarsa capacità di confronto e di azione comune, soprattutto da parte degli operatori»? 2. come dare ragione di quella ricorrente vocazione "autoritaria" dell'attuale statuto della psichiatria, mai sufficientemente evidenziata e definitivamente superata? 3. si può affermare che la psichiatria goda oggi nel suo statuto della stessa scientificità e rigore richiesti dal suo collocarsi nel modello medico della medicina biologica? 4. si può affermare che lo stigma sia generato proprio dalle pratiche psichiatriche, piuttosto che dall’impatto della devianza primaria (Lemert) nelle reti naturali? 5. quanto la psichiatria con i suoi attuali strumenti conoscitivi genera carriere morali (Goffman) che poi si trova a dover “riabilitare? O per dirla con Illich, quanto i suoi strumenti generano disabilitazione degli utenti? 6. cosa giustifica il considerare mere sindromi come vere e proprie “malattie mantali”, in assenza di eziopatogenesi conosciuta e quindi di possibilità di prognosi? 7. quanto è accettabile scientificamente ed eticamente che l’attuale statuto della psichiatria non renda disponibili per la prassi obiettivi definiti e condivisibili, aspetti processuali rendicontabili e descrivibili, esiti valutabili? 8. è possibile affermare che il processo conoscitivo messo in atto dalla psichiatria, se non orientato dal senso scientifico, possa assumere facilmente su di essa il ruolo che il senso comune le attribuisce, con il rischio di ricadute autoritarie che spesso sono apparse nella sua storia (ricordo il socialista Cesare Lombroso, di cui si “celebra” il centenario della morte)? 9. quanto la critica all'impiego del DSM IV, alla farmacologizzazione della psichiatria e a quanto è esposto nella Lettera si è tradotta nella trasformazione degli strumenti conoscitivi e delle correlate prassi operative della psichiatria, in tutti i contesti operativi, compreso quello delle persone detenute in carcere? 10. quanto l’affermato statuto dell’utente con diagnosi psichiatrica come soggetto di diritto trova corrispondenza nella pratica dell’informazione per il consenso alla diagnosi e al trattamento? 11. sono le équipes strumenti strategici per il gioco di squadra? e quindi l’azione comune è possibile in virtù di obiettivi definiti e condivisibili, strategie e azioni descrivibili, risultati valutabili? 12. sono le équipes il luogo della elicitazione delle competenze professionali proprie di diversi saperi e profili, pienamente riconosciute e rilevanti ai fini dell’intervento? 13. il testo della Lettera riporta: «...evitando cioè che disagio sociale e devianza vengano impropriamente delegati alla psichiatria, ovviamente con la richiesta di sfoderare i suoi strumenti di intervento coattivo»; quali sono gli aspetti cruciali perché tale delega, la cui pressione anticipiamo sarà sempre più forte, non venga accolta dalla psichiatria? 14. riprendendo quanto scritto nel “Manifeste contre la politique de la peur dell’omonimo Collectif”, non occorrerebbe riflettere sul fatto che - per contrastare adeguatamente la politica della paura («Nous savons que le droit peut être utilisé en vue d’atteindre n’importe quel but social ; sa fonction première est de maintenir l’ordre social. C’est pourquoi nous nous déclarons résolument du côté des Droits de l’Homme et du citoyen dans leur fonction ordonnatrice de la société») e la delega data alla scienza e al diritto per «valider avec zèle dérégulation, sauvagerie du marché, destructivité, etc.» - la scienza e il diritto debbano interrogare se stessi e la società anzitutto sui criteri utilizzati per definire qualcuno “malato mentale” o/e “criminale”? 15. non occorrerebbe riflettere, inoltre, su come avvenga che, attraverso i loro apparati teorici e le loro pratiche, scienza e diritto conferiscano per primi lo statuto di soggetti (ovvero meri oggetti) di diritto alle persone che qualcuno (chi sono i definitori?) ha ritenuto di dover definire (o vorrebbe definire) malati e/o criminali? 16. è possibile condividere che le risposte a tali domande costituiscano punti di snodo per il cambiamento? 17. è possibile pensare – al fine di «favorire il risveglio» auspicato - di aprire un processo per la costruzione di una comune riflessione al fine di generare un nuova condivisione, attraverso una consensus conference degli operatori della psichiatria, aperta a tutti i soggetti implicati, persone con diagnosi psichiatrica, familiari e operatori della giustizia («Su tutto questo occorrerà incrementare il confronto, sempre difficile e molto sporadico, col mondo della giustizia»), perché si possa generare una nuova configurazione discorsiva circa l’intervento e quindi possibilità che l’attuale statuto non permette neanche di vedere? 18. infine, è possibile (e come) che quanto venga generato possa incidere su una diversa architettura dei servizi, intendendo con ciò il sistema “integrato” dell’arcipelago dei molti soggetti pubblici e privati che agiscono sul territorio, che contrasti quanto rilevato per cui «il campo della psichiatria è stato attratto inevitabilmente nell’area medica», con il corollario della «costante sottovalutazione e di conseguenza sottodimensionamento, riduzione del personale o talora chiusura dei servizi collocati nel territorio»? Consapevole della incompletezza e della schematicità di quanto scritto, vi ringrazio per l’attenzione e rimando ogni possibile approfondimento a successivi momenti di dibattito. Un saluto, Luigi Colaianni
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Gianfranco Pittini dice:
Pubblicato il 18-05-2009 alle 11.32
Questo Forum si sta arricchendo di contributi molto interessanti, ma anche davvero complessi (Franciosi e Colaianni); penso che dopo il Convegno del 22.5 sarà bene articolare magari diversi sotto-forum, uno per ogni grosso argomento, altrimenti il dialogo diventa difficile! Mi ha colpito l'intervento di Gianni Martelli: credo che in effetti, al di là dei proclami, i pazienti finora abbiano poca voce in capitolo, anche sugli aspetti concreti che a loro interessano di più: orari dei servizi, tipo di tirocini proposti, rapporti quotidiani con gli operatori, e così via.