Vuole darci una descrizione dell’azienda e del ruolo che riveste?
Io sono il direttore di un albergo, l’hotel Concorde, in viale Monza, 120 camere, 5 sale riunioni, unacinquantina di dipendenti. Diciamo che nel panorama degli alberghi di Milano siamo già una struttura medio grande. Il nostro è un settore molto particolare, si presta molto all’inserimento di persone.
Come è nato la vostra esperienza con persone portatrici di disagio psichico?
Casualmente, un carissimo amico, titolare di un ristorante onlus, strutturato per l’inserimento di persone svantaggiate, mi ha contattato. Aveva tra i suoi dipendenti un persona molto capace, ma si era accorto che le mancava qualcosa nel ristorantino, mi ha chiamato chiedendo se ero interessato ed io ho risposto di sì.
Credo che ad esperienze simili ci si avvicini se si è interessati, perché le opportunità ci sono, prima o poi qualche Fondazione o Associazione che ti propone qualcosa la incontri, dipende molto dai singoli.
Questa ragazza era seguita dall’ospedale di Niguarda, aveva una borsa lavoro del Comune di Milano, che ha terminata da noi, per poi essere assunta con una forma particolare. Lei faceva fatica ad avere una regolarità, un’impegno regolare tutti i giorni. Abbiamo notato che in questi casi un lavoro come il nostro può aiutare, perché abbiamo una ‘stagionalità’ molto forte, anche settimanale, e questo per lei andava bene; questa ragazza infatti non riusciva a legare, litigava, faceva fatica a stare con gli altri, l’abbiamo perciò collocata attraverso delle società di lavoro interinali sul mercato alberghiero. Lei lavorava a chiamata cambiando azienda, quindi non trovandosi in quei meccanismi quotidiani, per lei negativi. Cosi facendo non solo si è inserita, ma lavora regolarmente ormai tutti i giorni, è venuta via dalla comunità, ha recuperato la sua condizione e diciamo che sta bene.
Ecco, da lì è iniziato questo progetto, all’inizio sempre attraverso il Comune, poi anche con Cooperativa Olinda, e le altre realtà che abbiamo incontrato.
Cooperativa Olinda è sicuramente stata la protagonista di questi ultimi sei-sette mesi. Fin da subito infatti si è creato una sorta di passaparola, quando ancora la ragazza di cui le dicevo lavorava presso noi, sono state proposte due persone dal Comune, le quali erano di Cooperativa Olinda. E da lì è nato il rapporto diretto con la Cooperativa e siamo andati avanti.
Quindi si parla di un’esperienza nata per caso, svincolata dall’obbligo della legge 68?
Sì, svincolata. Io ero già coperto per la legge 68. Diciamo che è stata una scelta, nel senso che la stagionalità in albergo porta ad avere sempre costantemente dei picchi di lavoro quindi la possibilità di inserire persone gradualmente, attraverso anche delle borse lavoro o dei tirocini è fattibile; se poi queste persone riescono ad inserirsi, difficilmente l’albergo riuscirà a farne a meno. Diciamo che in questo caso, se vogliamo essere un po’ off limits, la flessibilità portata dalla legge Biagi per i disabili psichici non è precarietà, ma un vantaggio che si può sfruttare molto.
Rispetto agli inserimenti realizzati, si parla quindi di persone con e senza invalidità riconosciuta?
La maggior parte che ho avuto io erano senza invalidità.
Può fare una stima indicativa di quante persone sono transitate qui?
Negli ultimi sei mesi otto persone. Otto persone sono passate tutte, chi più chi meno, a più livelli addirittura, una persona assunta di notte.
C’è un problema, nel senso che ci accorgiamo che poi la persona si spegne un po’, si perde un po’, tende ad allontanarsi. Noi abbiamo avuto un facchino di notte che dopo qualche mese si è licenziato dicendo che non se la sentiva e che non era all’altezza. Un’altra ha preferito cambiare perché sentiva troppo la pressione anche se poi di fatto questa pressione non c’era.
Diciamo che l’obbiettivo di fondo che ci siamo sempre posti è stato quello di provare a metterli nel mondo del lavoro con i meccanismi di mercato di oggi.
In generale però devo dire che molti di fronte al lavoro fuggono, hanno una sorta di paura della responsabilità del ruolo nel momento in cui il ritmo diventa vero.
Vorrei capire come è sorta l’idea di appoggiarsi ad una agenzia interinale? Può dirci anche di che agenzia stiamo parlando?
Tutte, nel senso che ogni agenzia può dare lo stesso tipo di servizio. Noi abbiamo scelto quelle due, tre con cui lavoriamo e con cui ho un riferimento a monte oltre alla selezionatrice che sta al banco.
Ma non è questa una soluzione presa a priori per tutti, abbiamo scelto questa strada in base al tipo di candidato, al tipo di qualità o di caratteristiche che poteva avere la persona; ripeto, abbiamo anche assunto direttamente delle persone che poi sono andate via malgrado facessero lo stesso lavoro di prima. Alcune addirittura sono tornate in cooperativa dove si sentono a casa, in ambiente forse più umano, più tutelante.
Mi sono accorto che il loro problema è il rapporto con i colleghi, perché innanzitutto non tutti hanno la stessa sensibilità, perché quando fai un lavoro con uno stipendio gli altri presuppongono che tu faccia esattamente la stessa cosa che fanno loro, il che ha sicuramente il suo senso.
Possiamo affrontare in modo più sistematico alcuni casi e descriverne l’iter?
PRIMO CASO
Il primo in assoluto è stata unaragazza che veniva da Trenno, è venuta, l’abbiamo inserita in caffetteria. Lei viveva in comunità con una bambina piccola, si era appena separata e il marito le voleva portare via la bambina.
Quindi questa persona aveva bisogno di recuperare socialità, indipendenza, di recuperare un ruolo. Devo dire la verità è stata tosta come persona, si è sempre impegnata, faceva la cameriera. Man mano che lei cresceva professionalmente però sono nati un po’ di problemi, problemi legati al suo carattere.
I primi mesi ha fatto due-tre ore al giorno per cinque giorni a settimana, poi siamo passati a cinque, però non faceva i turni a rotazione e non lavorava la sera. Poi abbiamo detto che per diventare indipendente doveva lavorare anche la sera e ruotare sul sabato e la domenica, come tutti. Avevamo dei limiti perché aveva degli orari di visita, oltre che degli orari per rientrare in comunità, ma non solo, in comunità erano molto rigidi sul dare a questa persona un po’ di elasticità.
Dopodichè lei ha detto di voler lavorare da un’altra parte, perché voleva staccarsi in fretta dalla comunità, non voleva terminare il percorso con le borse lavoro, perché era capace.
Abbiamo provato a introdurla nel mercato del lavoro, vedendo anche questa sua instabilità, questa sua difficoltà nel rapporto con gli altri, abbiamo parlato con una società interinale, in questo caso con l’Adecco, e pian piano ha lavorato con alberghi di alto livello, ha lavorato anche nei Cinque Stelle, ed è tornata a lavorare anche da noi.
Lavorava in caffetteria, cameriera di sala, un ruolo di immagine, di presenza, di ordine: i clienti sono per la maggior parte stranieri quindi era rischiesta anche un minimo di scioltezza. Lei c’è riuscita. Tant’è che in seguito ha potuto affitare una casa, ha recuperato il rapporto con la figlia e addirittura forse anche con il marito, quindi tutta una serie di situazioni.
Questo è stato il primo successo che ci ha riempito di gioia. In seguito il dott. Lamperti, tutor che la seguiva, mi ha chiesto di introdurre con questo criterio più persone o per lo meno di provare a farlo.
Quindi un po’ alla volta abbiamo deciso di affiancare persone con disagio psichico al capo di ogni reparto per alcune mansioni.
SECONDO CASO
Abbiamo avuto una persona molto valida, per la quale già in partenza non avevamo una prospettiva di lavoro. Abbiamo perciò dovuto inventare un mestiere, per G., un ragazzone enorme, bravo, lavoratore. Qui l’albergo non ha un lavoro pesante, o meglio non può assumere una persona che faccia questo in modo esclusivo. Invece G. divenne l’aiuto governante, tutto quello che la governante doveva fare di pesante, di difficile, lo avrebbe fatto lui e lui con un grosso senso di responsabilità era andato avanati tant’è che poi invece era diventato ‘vincolante’.
Nel frattempo, infatti, avevamo messo in contatto Caciolo, il responsabile del Comune (Celav) con una società di lavoro a cui arrivano le richieste di legge 68, ma G. aveva stretto un rapporto personalissimo con la governante e malgrado fossero arrivate delle opportunità di lavoro da altri alberghi non se n’è fatto niente.
Che ne è stato di questi due ragazzi? Li sentite ancora?
La prima continua a girare, a volte viene anche qua. Lei è felice perché così dice che guadagna di più, è serena, non è vincolata al posto di lavoro. Con G. abbiamo un po’ pressato, siamo arrivati ad un punto in cui abbiamo detto che così non poteva andare avanti, nel frattempo poi abbiamo prolungato perché è venuta meno la sua mamma, lui viveva da solo con la mamma e aveva un fratello in Australia.
Alla fine invece abbiamo trovato un lavoro, ha cominciato e dopo tre giorni è sparito. E’ riapparso in difficoltà, è riapparso in Comune e abbiamo riagganciato il rapporto con la famiglia, probabilmente aveva avuto problemi con la sorella che lo aveva mandato fuori da casa. Comunque adesso vanno tutti in Australia dal fratello.
Quale pensa possa essere il ruolo delle agenzie interinali?
L’assurdo è che le aziende fanno fatica a trovare le persone, certi ruoli, e gli operatori della salute mentale non sanno dove mandarli, tant’è che avevamo pensato addirittura di fare una specie di sportello aperto al pubblico, cioè una società interinale, tra virgolette, specializzata in questo tipo di lavoro.
Tutte le società interinali hanno tutti i disabili al loro interno, il vero problema è che non hanno le candidature. Manca una sorta di filtro, di interfaccia tra la psichiatria, il mondo della disabilità e il mondo del lavoro; in questo senso le società interinali possono dare un contributo, che poi si traduce in una persona che si occupa di questo; invece ad oggi questa persona non ha un database, non ha persone che gli vengono dentro, non fa dei colloqui, non fa dei percorsi formativi o conoscitivi
Nel momento in cui entra in gioco una borsa lavoro, l’agenzia interinale ha poco a che fare?
No niente. Entrano in gioco solo quando la borsa lavoro è in fondo, o quando invece di prorogarla si vuole fare un contratto. Ad esempio è successo con un ragazzo di notte, non era adatto a fare quel tipo di lavoro di giorno, infatti aveva avuto grosse difficoltà, faceva fatica ad inserirsi, faceva fatica anche a diventare indipendente malgrado due o tre anni di percorso suo. In questo caso l’albergo ha investito un budget facendogli fare un contratto interinale di due o tre mesi di notte dove lui prendeva uno stipendio.
Questa persona ha fatto un colloquio con il direttore di una società interinale, il quale ha che tale persona non aveva le caratteristiche per essere inserito al ricevimento. In questo caso è stata sbagliata la scelta a monte, fatta quando a suo tempo il ragazzo aveva iniziato il percorso.
Come giudica i risultati che avete ottenuto? Mi sembra di aver capito che ci sono stati due inserimenti dentro il vostro albergo, parlo di assunzioni.
Di assunzioni da noi una sola. Un persona che è rimasta come facchino. Poi c’è stata una che è andata via, sapeva che l’avremmo assunta al termine del tirocinio, ma è andata via prima.
Un’altra lo stesso: malgrado, dopo il tirocionio da noi, avesse l’opportunità di essere assunta dalla cooperativa ha preferito tornare fuori e cercarsi lavoro fuori perché ha capito il suo problema. Se guardiamo all’obbiettivo finale, all’assunzione dunque, veri successi ce ne sono stati pochi, uno qui da noi, due fuori, se invece guardiamo il lato umano, il lato formativo, il lato ‘percorso’, è sempre un successo, perché è stato fatto per una persona, la quale sta lottando per riconciliarsi con il reale. Bisogna vedere anche se quella persona poi è adatta, ad esempio ci sono stati anche casi dove alla fine si è pensato di suggerire il passaggio all’invalidità.
Potremmo definire l’Hotel Concorde è una specie di ‘palestra’ rivolta al mondo del lavoro?
Esatto, questo è stato un po’ l’obbiettivo, diciamo che non abbiamo queste grosse opportunità di inserimento perché comunque le cinquanta persone che ruotano sono stagionali, lo zoccolo duro sono quindici, venti, venticinque, e difficilmente riesci a sostituirle perché sono quasi sempre capi reparti altamente professionali. Man mano che c’è stato bisogno si è provato ad inserire, ma la natura del nostro progetto è stata quella di aprire una specie di palestra perché qui uno si può mettere alla prova in differenti mestieri: abbiamo il ristorante, la caffetteria, abbiamo il lavoro “pesante”, abbiamo la pulizia delle camere.
Abbiamo provato ad inserire una ragazza come cameriera dei piani, abbiamo seguito un percorso, 6 camere, 8 camere, 10 camere, doveva arrivare a 15 per poter essere assunta, aveva già il contratto in mano con la società che ci appalta le camere, avrebbe lavorato qui, ma un mese prima è sparita, dopo sei mesi. Abbiamo creato in questi reparti delle piccole fabbrichette, diciamo di formazione, e proviamo a introdurre la persona noi attraverso i nostri contatti, facendogli fare dei colloqui magari prioritari, seguendo delle linee più veloci. Non tutti sono però in grado di lavorare sempre, tant’è che l’idea delle famose dodici ore secondo me è fondamentale.
Il clima all’interno dell’ambiente lavorativo è cambiato? E se sì, in che modo?
E’ stata una cosa un po’ magica, nel senso che in alcune situazioni si è creato un rapporto quasi “coccolante”, un po’ accomodante, accogliente. Non in tutti i casi perché dipende molto dalla persona. Dove c’era più difficoltà la persona ha avuto più sensibilità. Tant’è che ancora adesso alcuni ragazzi chiedono di G.. Mentre invece il caso di E. che era già pronta per l’assunzione e sta lavorando, è passato più “inosservato”. Devo dire che ai miei colloboratori è piaciuta questa cosa, anche se all’inizio hanno stortato un po’ il naso.
Pensa che sia cambiato anche il modo di guardare l’azienda?
Credo proprio di sì. A livello interno questo c’è stato: se infatti il direttore, che è tipicamente una persona scomoda, severa, ha avuto quest’idea, il direttore rappresenta l’azienda. Ma soprattutto si tratta di un’esperienza qualificante per i ragazzi, perchè i ragazzi hanno sperimentato un modo differente di fare formazione. Non sempre infatti si può fare formazione davvero, perchè i ritmi sono quello che sono, invece con queste persone devi comunque imparare a rallentare, a seguirli e a fargli un po’ da protezione, così come erano abituati ad avere.
I miei capi reparto sono cresciuti molto da questo punto di vista, io ne sono convinto. Non c’è stato un dibattito, è una sensazione diffusa.
Quello che manca in realtà è un ritorno di immagine all’esterno. Non l’ho cercata, perché lo scopo non era questo, ma la cosa andrebbe vista al contrario: chi si propone all’azienda si dovrebbe proporre come chi vende i pannelli solari, come chi vende l’eco ambiente. Oggi ci sono certe scelte ecocompatibili, che ti danno un’immagine. Se io introduco due o tre persone sul mondo del lavoro, se io metto in gioco il know how dei miei ragazzi che si impegnano a fare questo, la mia azienda non ha un ritorno di immagine. Questo alla mia azienda non interessa perché ciò non riempie un albergo, tuttavia chi propone questo tipo di percorsi dovrebbe pensarci, perché ci sono aziende che hanno un interesse ad avere un immagine non solo ambientale, ma anche umana, solidale.
L’albergo non deve avere un ritorno commerciale da questa iniziativa, ma deve avere un riconoscimento di immagine legato soprattutto all’impegno delle persone che accompagnano questi soggetti al mondo del lavoro.
Vuole dirci qualcosa in più del suo rapporto con gli enti invianti?
È stato un po’ confuso, nel senso che all’inizio noi facevamo un po’ fatica ad accogliere queste realtà, oltre che a capire i loro utenti.
Intendiamoci, grazie a questo percorso io ho stretto delle amicizie vere, ho conosciuto persone che stimo molto e che secondo me vivono veramente bene il loro lavoro, malgrado le difficoltà oggettive che hanno. Li stimo e li apprezzo per questo, però ho fatto fatica a capirli, ha capire quali sono i loro meccanismi. Non so, una volta c’era qui la Cooperativa, il Comune e l’Ospedale, tra di loro si è accesa una discussione su certe esigenze, e mi sono accorto quanto fosse difficile capire chi fa che cosa, chi comanda, chi ha la responsabilità, tant’è che alla fine per uscire dall’empasse, siamo andati dallo psichiatra.
Quindi questa famosa rete è un po’ contorta, un po’ difficile da capire per chi ne è fuori, non c’è una strategia, non ci sono delle linee guida.
Questo si rifletteva in modo significativo sulla prassi quotidiana degli inserimenti?
Durante la prassi quotidiana “funziona” perché in realtà funziona per le persone. Il sistema funziona perché le persone che operano sono eccellenti.
Visto che vi siete interfacciati con il Comune, con Olinda, con Niguarda, ecc. vorrei capire se avete notato modalità differenti nel lavoro di inserimenti. Ad esempio è stata utilizzata da tutti la figura del tutor on the job?
Si, in realtà diciamo che noi rimaniamo un po’ di fuori su questo. Diciamo che c’è quello che funziona meglio su certe cose e c’è quello che funziona meno bene su certe altre. Le persone che abbiamo incontrato fino ad oggi fanno parte di realtà diverse che hanno delle loro caratteristiche, così come ce l’ha la mia azienda. Difficoltà vere non ne abbiamo mai incontrate, quello che ha fatto la differenza è stato comunque il rapporto personale, umano. Però, ripeto, è stata una cosa molto artigianale, l’abbiamo dovuta costruire giorno per giorno.
Per quanto riguarda il tutor on the job, no, non c’è mai stata una persona che ha affiancato i ragazzi fisicamente. Ci sono stati degli incontri costanti, una volta toccava al Comune, una volta allo psicologo, una volta alla Cooperativa.