Vuoi tracciare un profilo dell'azienda e del ruolo che svolgi?
L'attività è nata nel 1997. Crapapelada ha un sottotitolo"favole e fumetti" che dà l'idea del settore di cui si è occupato la libreria. Abbiamo svolto delle bellissime attività rivolte ai bambini, letture di fiabe al sabato mattina e una volta al mese uno spettacolo teatrale. Da qui è iniziata l'attività di inserimento di persone in qualche modo svantaggiate, presentate da un Ente che lavorava con il Comune di Milano (CELAV). Dunque i primi tirocini lavorativi e borse lavoro sono stati avviati a partire dal '99.
Agli inizi Crapapelada era una libreria specializzata in libri per l'infanzia - fumetteria - cartoleria specializzata in articoli da disegno. Tutto questo è durato un paio di anni, poi abbiamo cominciato a limitare alcuni articoli per dare più spazio a disegni, riproduzioni, serigrafie. Man mano anche il settore dei libri e dei fumetti è stato ridotto per dare spazio a pubblicazioni prodotte da noi: la prima con Emanuele Luzzati e poi molte altre.
Abbiamo avuto la fortuna di aprire un settore che parlava di fumetti e di illustrazioni per bambini ma in modo molto curato, con la presenza degli autori alle inaugurazioni.
Quindi Crapapelada è una piccola libreria, galleria, casa editrice, tutto questo in misura ridotta e in modo semplice, rivolto ad una nicchia. Non ci sentiamo editori o galleristi. Siamo un po' di tutto questo ma sopratutto sentiamo di aver avviato un'attività rivolta al sociale.
Mi dicevi che sei insegnante, con qualche legame a questa attività?
Direi proprio di sì. Insegnavo Italiano e Educazione all'immagine nella scuola elementare.
Da quest'anno però sono in aspettativa e presenterò le dimissioni alla fine dell'anno per dedicarmi completamente a queste attività. Quest'anno abbiamo consolidato l'Associazione Crapapelada, e abbiamo fondato "Papel" : libreria, casa editrice e galleria.
Preferisci partire parlando dall'Associazione o arrivarci? Perché, se non ho capito male, Crapapelada nasce proprio dall'esperienza con i soggetti svantaggiati.
Si, ma al 3° anno di attività. Noi dal 1999 abbiamo preso in affitto un magazzino e un piccolo ufficio per 'aprire' ai soggetti con disagio mentale.
Noi accettiamo tutti gli inserimenti, la missione è offrire a tutti la possibilità di star meglio. In questo modo abbiamo inserito persone diversissime, con bisogni diversi: da soggetti con il bisogno di stare molto da soli, a quelli bisognosi di avere accanto una presenza rassicurante, da chi è a proprio agio lavorando col computer, a chi vuole mettere in ordine materialmente il magazzino.
L'esperienza di questi tirocini come è nata? Hai parlato di un contatto con il Celav?
Il primo contatto è stato proprio da parte del Celav, sono entrati e ci hanno detto chi erano e cosa proponevano. Poi l'attività si è sviluppata con l'intervento di Ala Sacco che ci ha fatto la stessa proposta, poi sono arrivati vari assistenti sociali da vari ospedali, per esempio il San Carlo e il San Paolo.
Hanno proposto di attivare dei tirocini osservativi e borse lavoro.
Questo con particolare riguardo agli utenti psichici? Quanti tirocini avete ospitato?
Negli ultimi anni solo utenti psichici. Se contiamo le persone e non la quantità dei rinnovi direi venti persone negli ultimi 5-6 anni.
Parecchi tirocini infatti sono stati rinnovati, rinnovati ancora e ancora rinnovati, alcuni invece sono iniziati con una convenzione della durata di tre mesi e si sono conclusi regolarmente.
Abbiamo avuto un caso particolare, l'unico che ci ha proposto fino ad oggi Ala Sacco, che "sarebbe" finito ieri dopo 5 anni dall'inserimento: era stato rinnovato più volte, poi è intervenuto il Comune di Milano con la cooperativa AEI, alla fin anche il Comune di Milano non avrebbe potuto più dare nessun tipo di copertura.
Per evitare l'interruzione di un percorso di vita molto positivo abbiamo fondato la nuova Associazione e assunto questa persona: uno sforzo economico che ci impegniamo a sostenere totalmente.
Abbiamo avuto questo grande piacere di poter assumerne una persona, che ha fatto un percorso straordinario fino a superare quasi completamente la sua patologia, con un reinserimento eccezionale dal punto di vista sociale.
Attorno a questa persona si è creato una specie di circolo virtuoso, tutti coloro che sono venuti a contatto con lei hanno preso a cuore la faccenda.
Naturalmente per le dimensioni circoscritte dell'attività voi non siete in obbligo di assunzione, stiamo quindi parlando di soggetti in carico ai servizi psichiatrici con e senza disabilità certificata?
Vede, noi siamo tre soci, tutti e tre molto convinti di questa attività, c'è una partecipazione totale, accogliamo gli inserimenti senza selezionare chi ci conviene di più, chi ci può essere più utile, perché sappiamo che questo già normalmente avviene nella società ed è la causa di questo tipo di emarginazione.
Ci siamo detti che i nostri sforzi dovevano tendere a sostenere l'attività commerciale per poter offrire una possibilità di reinserimento a tutte le persone svantaggiate che ci venivano presentate dalle strutture sanitarie o dall'Amministrazione comunale attraverso i suoi mediatori. Alcune attività le abbiamo create proprio per dare la possibilità ai soggetti con disagio mentale di essere attivi.Alcuni capiscono di essere molto utili a noi e noi a loro, così succede che dopo poco si sentano parte di questa realtà.
Qui ognuno di noi può far tutto: le pulizie di ogni giorno, il riordino dei libri, il progetto per la creazione e la pubblicazione di un nostro libro, incontriamo un disegnatore, poi un pittore, organizziamo una mostra, prepariamo la comunicazione dell'evento,inseriamo tutti i dati nel computer e così via. Ognuno di noi può fare tutto, per cui ci si può collocare dove si preferisce e si può cambiare attività durante la stessa giornata.
Non ritiene che una regola possa giovare all'inserimento nella vita lavorativa?
Io, soprattutto all'inizio, devo dare alcune regole e chiedo che gli orari vengano rispettati, le assenze comunicate... Insomma, se da un lato trasmettiamo la responsabilizzazione sull'impegno, sulla tenuta dell'orario, dall'altro siamo assolutamente "free" sulla resa: può essere 0, 1, 2, 3, 1000, ma non c'è mai un'assillante richiesta di produttività.
Quindi la modalità di inserimento nasce un po' dal tipo di attività, comporta una molteplicità di mansioni possibili e un'autodeterminazione del ruolo che una persona svolge, mentre prevede il rispetto degli orari di lavoro; poi a seconda dei soggetti si determina se passare da un periodo di stage part time ad uno più lungo full time?
Noi siamo aperti a tutto, però di fatto si è iniziato quasi sempre con due volte alla settimana, qualche volta con tre e poi si è quasi sempre arrivati a cinque, sei volte la settimana, proprio su richiesta dell'utente.
E' possibile affermare che l'inserimento, l'ospitare tirocini, abbia trasformato la vostra relazione con il lavoro e tra di voi in quanto lavoratori?
Tra di noi direi di no perché questa sensibilità era condivisa e da qui è cresciuta la voglia di fare qualcosa.
Ciò che ha cambiato i rapporti con il lavoro è stato il fatto che noi adesso siamo un po' meno spensierati: proprio per via di questi inserimenti siamo dovuti crescere un po'. Abbiamo 3 spazi da gestire e varie pubblicazioni da creare per poter soddisfare il bisogno di attività dei soggetti inseriti.
Volevo capire la metodologia attraverso la quale, caso per caso, avete realizzato questi inserimenti, più o meno duraturi. E' prevista p.e. la presenza di tutori on the job?
Non ci sono tutor on the job, io vengo definito nelle convenzioni che firmiamo "tutor aziendale" e poi c'è il tutor dell'ospedale. Io incontro queste persone il giorno dell'inserimento per la firma delle convenzioni e poi devo dire che sono sempre molto disponibili nel caso in cui ci sia qualcosa che non funziona.
E' successo una volta, che la convenzione è stata interrotta dopo un mese, c'era stato proprio un errore di inserimento nel senso che l'utente aveva immaginato qualcosa di completamente diverso quindi si è sentito come giudicato svantaggiato senza averne la consapevolezza.
Questo accade maggiormente con voi che siete una vera e propria terra di confine, perché questo non è poi luogo di un inserimento definitivo quanto una specie di palestra per poi accedere al mondo del lavoro. Quindi immagino che gli stessi tutor porteranno persone sulle quali c'è bisogno di 'lavorare'?
Noi abbiamo avuto anche esperienze di persone che avevano, solo temporaneamente, avuto un problema di disagio. Parlo almeno di cinque su questi venti casi ai quali ci riferiamo, ma penso in particolare ad uno di essi che aveva avuto a metà della sua carriera universitaria una crisi di panico che lo aveva tenuto fermo per un anno. Poi l'inserimento. quindi poi all'interno dei nove mesi passati qui ha avuto modo di superare questa difficoltà momentanea e di tornare all'università. Per altre persone è successo che noi stessi abbiamo avuto la possibilità di presentarli dei nostri fornitori che li hanno assunti.
Quindi in un certo senso l'esperienza degli inserimenti ha caricato ancor più di significato il vostro 'progetto', spingendovi ad investire più tempo e denaro, e permettendo a questa attività di diventare ancora più forte?Pensi che la vostra esperienza sia riproducibile da altre realtà?
Questa realtà è riproducibile solo se altre persone hanno intenzione di fare una cosa di questo genere. Cioè questa persona adesso è assunta, io sono disoccupato, lei prenderà una certa cifra mensile e se avanzano dei soldi li prendo anche io, se no devo andare a lavorare da qualche parte. I miei due soci hanno tutti e due lavori part time quindi loro sono abbastanza a posto.
Quindi dico che è difficilmente replicabile perché nessuno vuol fare una cosa del genere.
Mi pare di aver compreso che voi accogliete tutti i soggetti indipendentemente dalla patologia...
In effetti per nostri limiti (e per nostra scelta), non sappiamo mai quale è la diagnosi delle persone che vengono inserite, io non sono un medico, non posseggo elementi scientifici di psichiatria e quindi non saprei tener conto di una diagnosi, l'unica cosa che chiedo agli assistenti sociali è di dirmi quello che loro ritengono indispensabile che io sappia.
Qui l'approccio è sempre lo stesso: noi cerchiamo di dare una risposta ad un bisogno e non facciamo nessuna richiesta. Siccome poi i risultati sono stati positivi, ci siamo detti che forse stiamo facendo bene.
Appena arriva una persona, l'unica cosa che faccio per metterla a proprio agio è di chiederle di darmi una mano, sempre per capire quali sono le sue attitudini e cercare di dare la migliore opportunità di inserimento.
Persone diversissime quindi, quelle che hanno bisogno di una sollecitazione continua e quelle che hanno bisogno molto spesso di stare da sole, possibilmente a fare un lavoro ripetitivo e deresponsabilizzato.
Abbiamo avuto più o meno persone tra i vent'anni e i trentacinque/quaranta, casi difficilissimi nessuno, tutte persone che avevano semplicemente bisogno di un occhio diverso ma che poi hanno tirato fuori tutte le ricchezze che possedevano.
Una persona per esempio contestava a scuola tutti i professori, proprio nella sostanza di ciò che dicevano, e con un atteggiamento che contrastava con le sue capacità che al contrario, dal punto di vista strumentale, erano pari a quelle di un ragazzino. Li il lavoro è stato fatto smontando tutto questo ego inutile, facendo venire fuori tutta la bellezza che restava e alla fine lui ha detto che andava a fare lavoro di magazziniere in un negozio di surgelati e che era al massimo della felicità.
Rispetto alle altre categorie di 'svantaggi', di cui hai parlato prima, di che soggetti si trattava?
Un ex tossico dipendente che poi aveva sviluppato un disagio psichiatrico, un altro ex tossico dipendente, una ragazza diciottenne che aveva ottenuto una pena alternative e per tre mesi doveva stare qui, il ragazzo universitario di cui ho parlato prima, altri due persone molto giovani che hanno fatto sei mesi ed erano nel progetto Equal e avevano leggerissimi problemi di tipo psichiatrico...
E' possibile descrivere più nel dettaglio il percorso di inserimento della persona che avete deciso di assumere, mettendo in luce sia gli aspetti positivi sia le difficoltà che avete incontrato? Come dicevi è arrivata qui 5 anni fa attraverso Ala Sacco per fare un tirocinio osservativo della durata per 3 mesi. E invece, cosa è successo?
È successo proprio il miracolo che consiste nel fatto che lei si è trasformata fisicamente. Parliamo di una persona che ora ha 35 anni ed è venuta qui quando ne aveva già 30. Trasformata fisicamente, intendo dire dal punto di vista della postura e dello sguardo. Non riusciva a guardare negli occhi nessuno, si nascondeva quando arrivava un cliente, assolutamente non parlava e sembrava proprio piegata su se stessa. Per avere una risposta da lei dovevi avere la pazienza di aspettare anche due o tre minuti dalla domanda.
E questo poi l'ho imparato dagli operatori di Ala, da una persona in particolare che è venuta qui: lei faceva la domanda e poi aspettava, poi magari mi strizzava l'occhio come per dire che dovevo avere pazienza perché incredibilmente poi sarebbe arrivata la risposta. Poi la tirocinante ha cominciato a restare qui per il pranzo e anche in quel caso parlavo io, ma da parte sua le risposte erano più o meno zero, poi una, poi due, poi dieci e adesso parla più di me e risponde al telefono, che era l'ultimo scoglio. Adesso risponde al telefono, prende appunti direttamente, mi ricorda gli impegni che abbiamo, compila documenti importantissimi quale il registro dei corrispettivi. Ogni giorno scrive gli incassi, va a fare i versamenti in banca in contanti e con gli assegni, sa fare i versamenti con la chiavettina per accedere a Internet banking.
Stiamo parlando di una persona con un disagio conclamato? Probabilmente con un'invalidità riconosciuta?
L'invalidità forse non le è mai stata riconosciuta, credo che non sia stata neanche richiesta. Se ne è parlato in questi cinque anni ma poi abbiamo voluto provare a fare una cosa diversa. Comunque c'è sempre tempo per quello e se ci sarà bisogno si prenderà in considerazione questa soluzione.
Molto spesso c'è anche un po' di pregiudizio, uno dice "chi sta male può essere pericoloso, può essere troppo scostante, può avere ciclicamente delle ricadute". Come è stato vissuto il disagio di questa persona?
Questo suo disagio si è riscattato anche attraverso la consapevolezza: spesso questa persona dice "ma ti ricordi come ero?". Si chiede come mai la sua mente si sia comportata in quel modo e come mai si sia aperta a questa nuova cosa. Anche perché poi a metà di questo percorso, durante un periodo di crisi, è venuto fuori da parte sua proprio questa cosa, "ce la farò mai a non dover essere assistita?".
Adesso lavoriamo perché non debba essere più assistita e proprio ieri abbiamo festeggiato la fine dell'assistenza. Se non ti devono più assistere, questo significava che non hai più bisogno di essere assistito. Anche se sappiamo che purtroppo spesso non è cosi. Ma nel suo caso è proprio cosi.
Dopo un primo periodo di forte chiusura, piano piano e con il lavoro, questa persona ha superato molti dei suoi limiti, soprattutto rispetto allo "stare insieme". Fa anche attività di rapporto con i clienti?
Sì, anche diretto, anche in fiere a cui noi partecipiamo. Venerdì, sabato e domenica scorsa siamo stati alla fiera di Milano, alla fiera del fumetto, lei era allo stand, ha venduto lei, ha incassato soldi, quindi vuol dire che ha parlato e ha comunicato.
Immagini che questo possa essere un grosso elemento motivante per lei?
Lei questa cosa la fa ancora come dovere, perché lavoro significa anche questo, se potesse eliminare una parte, forse eliminerebbe quella del rapporto con il cliente.
Quali sono le attività più utili per il successivo inserimento?
Il limite nostro è che non si imparano delle cose facilmente spendibili altrove, la controparte di questo è il fatto che noi diamo a chi viene qui la possibilità di superare tante incertezze, difficoltà, paure, fobie, proprio perchè non c'è una richiesta pressante di prestazioni. Poi loro riescono ad avere invece la capacità di 'fare'.
Nel momento in cui facciamo capire quanto è preziosa quel tale tipo di carta, quanto è importante che si sia delicati, quanto è importante che si segua prima questa operazione e poi quest'altra, può capitare che si mostrino più bravi di noi. Per esempio questa ragazza prepara le cornici chiudendole con un lavoro raffinato e lei ha la consapevolezza che è spiù brava di me, che gliel' ho insegnato. Allora tutto questo significa fiducia e autostima che crescono.
Mi stavi dicendo che questa persona ha dato il là alla nascita della Associazione Crapapelada. In che senso?
L'associazione è stata creata soprattutto per poter assumere questa persona, non siamo riusciti per adesso a costituire una cooperativa. Nel concreto l'Associazione offre il proprio servizio, noi aiutiamo l'attività editoriale e commerciale di PAPEL che in cambio offre un contributo all'Associazione per poter pagare lo stipendio alla persona che abbiamo assunto e l'affitto della sede.
Noi non siamo registrati come ONLUS, siamo registrati all'ufficio delle entrate, abbiamo non una partita iva ma un codice fiscale.
L'Associazione Crapapelada chiuderà se dovesse andar male l'attività Papel, a meno che nel frattempo non si trovino altre persone, altri enti o altre attività commerciali che ci commissionino dei lavori.
Per concludere ti chiedo se puoi darci una valutazione complessiva o se hai dei consigli da dare alle realtà che si occupano dell'inserimento di soggetti svantaggiati.
Il mio sogno è quello di immaginare una realtà un po' rovesciata dove le istituzioni, non so in che modo e attraverso quali strumenti, si muovano andando a cercare delle situazioni di questo genere, non il contrario, non leggere dei progetti che arrivano e che potrebbero essere anche un po' forzati o addirittura un po' fasulli, ma andare a esplorare le singole situazioni; per esempio se arrivasse il Comune di Milano o la Asl Lombardia e mi chiedesse cosa desidero, a quel punto chiederei uno spazio pubblico dove poter svolgere queste attività con queste persone attraverso il lavoro: quindi non parlo dei centri diurni che già esistono, parlo della creazione del lavoro attraverso un contributo di questo genere, cioè un contributo non in soldi, un contributo continuamente revocabile, se non si dimostra la qualità del reale utilizzo.
E per altre persone o aziende che potrebbero avvicinarsi a questa esperienza, avresti dei suggerimenti?
Secondo me la prima cosa è quella di pensare che stai facendo qualcosa perché ci credi, cioè da questo ragazzo io non voglio risultati in termini economici, voglio un risultato per lui e quindi devo aiutarlo. Se riusciamo a non valutare "conviene-non conviene" solo rispetto a un parametri economici, allora si può fare una cosa di questo genere.